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Time Italian Language 2 Action
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Traduttore: Elena Montrasio Revisore: Michele Gianella
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Quanti algoritmi fanno parte della vostra vita quotidiana?
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Quanti sensori? Quanti schermi?
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Di fatto, interagire con schermi, e altre interfacce digitali,
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è diventata, per quasi tutti noi, l'attività quotidiana principale.
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Ma quante di queste interazioni
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sono davvero frutto di una nostra scelta?
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Le nostre vite, così come le nostre società,
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sono sempre più strutturate
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da - e attorno - agli algoritmi e alle reti digitali.
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E questa algoritmizzazione della vita, ritengo,
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rappresenta un problema per diverse ragioni.
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E vorrei, questa sera, soffermarmi su due di esse.
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La prima riguarda la natura stessa di queste tecnologie.
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Le consideriamo come dei prodotti:
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le acquistiamo e, una volta "nostre", pensiamo di poterle usare a piacimento.
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Negli ultimi vent'anni, però,
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le tecnologie digitali sono diventate, in realtà, delle piattaforme:
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architetture digitali invisibili, all'interno delle quali viviamo.
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E questo ha cambiato tutto, completamente.
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Quasi tutti i software e i servizi digitali più importanti —
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pensiamo alle applicazioni per l'ufficio e l'industria,
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ai flussi di informazione e intrattenimento,
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ai sistemi di pagamento, ai chatbot basati sull'AI —
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oggi operano in "cloud", come si suol dire.
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Significa che né i dati, né l'elaborazione
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si trovano più sui nostri dispositivi, controllati localmente da noi;
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ma su macchine distanti, server remoti
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cui si accede a pagamento,
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e che sono controllati dai fornitori del servizio.
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E questo conferisce loro un potere immenso, sulle nostre vite.
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Permette loro di decidere ciò che possiamo fare o no;
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quali idee ottengono visibilità e quali invece vengono oscurate;
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quali informazioni possiamo consultare;
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e perfino, di influenzare il dibattito pubblico.
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Naturalmente, queste tecnologie sono efficienti, utili, pratiche,
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ben integrate, semplici da usare —
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spesso persino gratuite!
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La loro utilità è reale: per questo, le abbiamo adottate.
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E anche per questo è così difficile, oggi, immaginare di farne a meno.
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Ma tutto questo ha un prezzo:
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e finalmente, stiamo iniziando a comprenderlo.
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Cattura di dati, perdita della privacy, attenzione frammentata, dipendenza,
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salute mentale:
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l'elenco potrebbe proseguire molto a lungo.
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E ora, da poco più di tre anni,
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l'intelligenza artificiale generativa si sta insinuando ovunque.
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Compare in ogni tipo di applicazione e programma,
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ci parla come farebbe un amico,
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talvolta perfino ci illude di risvegliare in noi dei superpoteri.
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In effetti, i chatbot basati sull'AI possono sembrare quasi "magici",
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perché ci offrono qualcosa di estremamente allettante:
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la possibilità di delegare a una macchina
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lo sforzo di pensare, imparare, scrivere,
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e perfino decidere.
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Sono come dei "biberon cognitivi":
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e ogni giorno,
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decine di milioni di persone pendono dal suo ciuccio.
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Ma quanto più deleghiamo pensiero e processi decisionali,
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tanto meno saremo in grado di pensare e decidere autonomamente.
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E infatti, siamo sempre più circondati da macchine
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che, sotto il pretesto dell'ottimizzazione e della praticità,
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riducono la nostra capacità di comprendere la realtà,
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e di agire su di essa.
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Attraverso gli algoritmi riprogrammano, cambiano,
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le nostre società.
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Pensiamo di controllarle:
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ma in realtà sono loro, a ipnotizzarci e addomesticarci.
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E so anche bene
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che non è un quadro edificante della situazione attuale,
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quello che ho appena descritto.
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E per noi europei, in secondo luogo,
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il problema è aggravato
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dal fatto che quasi tutte queste tecnologie digitali
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sono americane.
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Per molto tempo,
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per una combinazione di opportunismo economico,
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ingenuità strategica,
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comodità e mancanza di immaginazione,
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abbiamo accumulato un notevole ritardo tecnologico:
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abbiamo rinunciato alla nostra autonomia digitale.
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Il che non sembrava un problema particolarmente grave,
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perché queste tecnologie provenivano
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da un Paese amico e alleato.
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Ma oggi gli Stati Uniti attraversano una rivoluzione interna,
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caratterizzata da tendenze fascistoidi;
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e si attivano sullo scenario internazionale
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in modo sempre più imprevedibile e destabilizzante.
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Vecchie amicizie consolidate
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vengono sostituite da atteggiamenti apertamente ostili,
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da interferenze sempre più sfacciate;
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la forza, e le minacce,
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stanno diventando strumenti di politica estera.
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E non illudiamoci che si tratti di una fase temporanea:
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assistiamo a una trasformazione profonda, sistemica.
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E le grandi aziende tecnologiche americane —
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quelle che portiamo in tasca, che abbiamo sulle nostre scrivanie,
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quelle dai cui servizi digitali dipendiamo ogni giorno —
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sono allineate alle priorità del loro governo.
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Stiamo assistendo, di fatto, a una convergenza
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tra potere militare, potere politico e potere del cloud.
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Quando il Presidente USA invita i CEO
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a una cena di Stato — per esempio con il Re d'Inghilterra —
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non è certo per permettere loro di farsi un selfie con il Re.
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È un segnale,
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che attesta come la tecnologia digitale
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sia oggi strategica nella proiezione della potenza americana.
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Dovremmo iniziare a considerare i loro data center
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allo stesso modo in cui guardiamo le basi militari
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che gli Stati Uniti mantengono sparse nel mondo.
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In questo contesto,
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il fatto che gran parte dell'Europa
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funzioni su server e software americani,
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posseduti da aziende americane, progettati con valori e visioni americane
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e soggetti alla legislazione USA,
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senza dubbio costituisce per noi una vulnerabilità sistemica enorme.
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Non si può costruire un'economia sana, e una società forte,
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sull'infrastruttura digitale di qualcun altro:
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e questa dipendenza è molto più profonda di quanto sembri.
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Quasi non ce ne accorgiamo, nell'uso quotidiano;